American Dream - Il fallimento del "modello Cesena"

La bandiera a stelle e strisce, ti conquista, ti rapisce
puoi macchiarla anche di sangue, poi la lavi e non sbiadisce
la bandiera a stelle e strisce, se vuole ti colpisce, e non avrà pietà!
15.12.2021 21:08 di Stefano Severi Twitter:    vedi letture
American Dream - Il fallimento del "modello Cesena"
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© foto di Francesco Di Leonforte/TuttoCesena.it

È notizia di questi giorni che il Cesena FC, società nata in Romagna sulle ceneri del fallito AC Cesena, è sul punto di essere ceduto ad un non meglio specificato gruppo di investitori statunitensi capitanati da un semisconosciuto avvocato di New York. Per essere un futuro presidente di una squadra di calcio storica del calcio italiano - il Cesena vanta persino una partecipazione all'allora Coppa Uefa nel 1976 - l'avvocato James Lewis ha uno scarno profilo Linkedin in cui si trovano link a siti ormai scaduti e di lui in rete si trova poco o nulla. Una carenza d informazioni che spaventa non poco i tifosi romagnoli, nonostante le promessi di bonifici e investimenti. Stando a quanto riporta la stampa locale l'intento di Lewis, o del fondo misterioso da lui rappresentato, avrebbe come scopo quello di valorizzare la società facendola salire di categoria per poi rivenderla. In pratica l'uovo di Colombo: una strategia mai pensata da nessun'altra squadra prima d'ora.

Ci sono due aspetti da analizzare in questa vicenda: il primo è il fallimento - per mancanza di coraggio - del "modello Cesena", un ibrido tra Germania e Italia, che vedeva la società Cesena Fc controllata da due attori: una quota di minoranza dall'Accademia Calcio Cesena, una vera e propria associazione sportiva senza fini di lucro, e il resto diviso da una spa (Holding Cesena), divisa in quote paritarie tra soci investitori. Si trattava di un modello parzialmente innovativo per l'Italia - qualcosa del genere esiste già a Bolzano col SüdTirol FC (ne abbiamo parlato qui) - ma ottimo come base per futuri progetti sperimentali. L'Accademia tutt'ora ha nel suo statuto una clausola che impedisce, anche in caso di plusvalenze, di liquidare i soci o distribuire i dividendi, bensì obbligava l'associazione a reinvestire gli utili seguendo i principi guida di promozione e valorizzazione dello sport giovanile. Dall'altro lato la Holding pur essendo una spa aveva il vincolo delle quote paritarie, evitando quindi che un solo socio potesse accaparrare le quote degli altri.

Il progetto ha avuto successo in serie D, nell'anno della ripartenza, poi con la crisi di liquidità dovuta al covid i bilanci si sono fatti pesanti, i soci hanno fatto sempre più fatica a sostenere il peso della gestione economica - uno stadio come Cesena porta circa 800mila euro - al netto delle spese di gestione - nelle casse societarie tra biglietti e abbonamenti - ed è arrivata la decisione di passare la mano. La Holding ha comprato le quote dell'Accademia, che così è uscita di scena, e come secondo passo ha abolito il vincolo delle quote paritarie. Poi è arrivato un aumento di capitale e la decisione di vendere agli americani.

Non sempre però questi fantomatici investitori da oltreoceano sono seri. In estate tutti davano per conclusa la trattativa con un gruppo rappresentato da uno studio di avvocati di Roma: mancava solo il bonifico per la caparra. E questo bonifico non è mai arrivato. Ora il Cesena Fc ci riprova con un nuovo gruppo statunitense e un nuovo avvocato, con la speranza che per loro sia la volta buona.

Ma quali garanzie sono offerte ai tifosi? Chi può spiegare con certezza il motivo per cui un avvocato di New York, o comunque un fondo di investimenti statunitense, voglia investire in un club di terza serie come il Cesena? Stando ad un articolo de Il Fatto Quotidiano di qualche giorno fa sono attualmente 52 le società calcistiche attualmente in mano a nordamericani: Milan, Roma, Genoa, Fiorentina, Venezia e Parma solo per citare le principali (oltre al Bologna del canadese Saputo), poi tante altre in B e in C.

Qual è il business statunitense nel mondo del calcio italiano? C'è davvero la possibilità di generare profitti valorizzando la società e poi rivendendola? Generalmente più una squadra sale di categoria più crescono gli investimenti che raramente - per non dire quasi mai - sono coperti dall'investitore o presidente di turno, ma vengono messi a debito nella finanziaria creata ad hoc per gestire la società di calcio. Tale situazione finisce poi per mantenersi grazie a stratagemmi di contabilità finanziaria (le plusvalenze fittizie sono solo la soluzione più nota) e vengono sopportate finché in cassa c'è un consistente flusso di liquidità. Quando poi arriva il covid o una retrocessione a chiudere i rubinetti il sistema diventa altamente instabile. Le opportunità di speculazione da questo punto di vista - basandosi solo sulle esperienze passate - sono estremamente limitate per usare un eufemismo.

L'altra ragione - spesso citata in numerosi report giornalistici - che spinga gruppi di oltre oceano ad investire nel calcio italiano è la necessità di muovere grandi capitali. Il calcio è la macchina perfetta, aperto a grandi investimenti, grossi movimenti di denaro in tutto il mondo e larghe maglie del sistema di controllo spesso propenso a chiudere un occhio.

In pratica tutto il contrario di quello che avviene in Germania dove il modello St Pauli impone regole severe ed uno stretto controllo degli stessi soci prima ancora che delle autorità di vigilanza. Per questo tra Bundesliga e serie minori non esiste o quasi la figura del grande investitore e padrone e quando il capitale ha provato a prendersi il controllo assoluto di una associazione ha sempre fallito miseramente (Monaco 1860 e Bayer Uerdingen solo per citare gli ultimi due casi).

Resta poi - come ultima ma non per importanza - la questione etica: è oggettivamente ammissibile fare del business sulla pelle e sulla passione dei tifosi di una squadra di calcio? La risposta purtroppo è affermativa per l'Italia (come per la Francia o l'Inghilterra) dove il calcio è in mano alle spa. È invece negativa in Germania - guarda caso unica nazione di quelle del grande calcio europeo a non aderire alla Superlega - dove i tifosi hanno ancora voce in capitolo.