Intervista a Riccardo Cucchi. "Sport per tutti significa garantire un diritto"

14.12.2020 12:00 di Luca Bolli   Vedi letture
Intervista a Riccardo Cucchi. "Sport per tutti significa garantire un diritto"

È certamente uno dei personaggi più conosciuti del giornalismo sportivo, ma anche se gli italiani erano soliti ascoltare la sua voce, siamo certi che praticamente tutti avranno ben presente il suo volto. Ricci e occhiali d'ordinanza le sue peculiarità e poi una voce davvero inconfondibile, attraverso la quale ha fatto sognare gli italiani in centinaia di partite. Ha urlato di gioia per un mondiale, celebrato in radio e tv decine di scudetti, scritto libri. Mai una parola fuori posto, mai una polemica sterile. Entrato di diritto tra i giganti del giornalismo italiano, è oggi uno degli ultimi “signori” nel suo campo.

Oggi parliamo con Riccardo Cucchi.

Riccardo sei uno dei maestri del calcio raccontato: cosa sai del calcio tedesco?
- Quello che sa un appassionato, prima che un giornalista. L'ho seguito per lavoro, lo seguo oggi con immutata passione. Tante partite raccontate allo stadio, tante sfide tra Italia e Germania, tra club e nazionali. Ne ho raccontate molte. La più entusiasmante fu sicuramente la sfida di Dortmund nel 2006. Recentemente ho dedicato un libro alla "mitica" Italia-Germania 4-3. Allora avevo 17 anni. Ho ricostruito quella gara 50 anni dopo, ripescando tra ricordi ed immagini, raccontando quei calciatori italiani e tedeschi figli della guerra, immergendomi in quella magica notte. Il calcio tedesco è parte integrante della storia del calcio italiano, non fosse altro che per quei campioni che hanno fatto la fortuna di molti club italiani, da Haller e Schnellinger ai grandi calciatori degli anni 80 e 90.

Nella tua lunga carriera ti è mai capitato di seguire il Sankt Pauli?
- No, non mai avuto questa opportunità.

L'associazionismo è la base e uno dei motivi di successo dello sport tedesco, non soltanto del calcio. In Italia esistono a livello locale molte associazioni di sport popolare: perché non riusciamo a fare un salto deciso in questo senso anche nel professionismo?
- Credo per cultura. Un limite indubbiamente del nostro calcio. Si è passati dai presidenti padroni degli anni 60 e 70 agli investitori stranieri, senza passare dall'associazionismo, senza passare, cioè, dai tifosi. Il nostro è un calcio allergico alla partecipazione. Il tifoso è considerato spettatore pagante. Non gli si attribuisce un ruolo. Deve tifare, vivere la sua passione ma non gli si concede la parola. E' un problema storico e, ripeto, culturale.

Sankt Pauli è un modello vincente in senso sociale: integrazione, inclusione, solidarietà, sostegno alle fasce deboli, scuole calcio, servizi per cittadini e tifosi. Esiste un connubio strettissimo tra quartiere e squadra: perché in Italia facciamo fatica a vedere questi aspetti?
- Oltre alle ragioni che sostenevo, ce ne sono anche altre. Malgrado la cultura "cattolica" della quale è imbevuta la società italiana, diciamoci la verità, prevale come archetipo di comportamento l'egoismo personale, il "particulare" più che l'interesse generale. Non siamo molto propensi a guardare agli altri dimenticando un po' noi stessi. Naturalmente ci sono delle eccezioni. Che non fanno, purtroppo, la regola.

Il “Sankt Pauli FC” non ha nessun titolo all'attivo, domina invece nel calcio per non vedenti e nel rugby, è fortissimo nel beach-volley e va bene anche nel triathlon. Come mai in Italia nessuno conosce questi fatti sportivi? Abbiamo poca cultura sportiva?
- C'è una carenza di cultura sportiva. E' indubbio. Si nota in modo evidente anche nelle semplici discussioni post partita. Anche in tv. In Italia facciamo molta fatica a riconoscere i meriti di chi vince. Siamo, piuttosto, propensi a scaricare sulle scelte dell'arbitro le ragioni di una sconfitta. Lo hanno detto in passato molto bene Sacchi e Zeman: manca la cultura della sconfitta. E manca lo sport praticato, quello che fa crescere anche come tifosi. Per questo farebbe davvero bene un'iniezione di sport popolare, quello promosso dall'associazionismo.

Il modello associativo tedesco, che noi chiamiamo modello Sankt Pauli, ha un notevole impatto sociale per combattere razzismo e discriminazioni e favorisce competitività sportiva senza gravare sul bilancio. Quali potrebbero essere le difficoltà nell'importare in Italia questo modello?
- Intanto in Germania si è molto più avanti nella lotta contro il razzismo, nello sport e soprattutto nella società. In Italia il percorso è ancora molto lungo. E spesso, persino i Club fanno fatica ad elaborare strategie chiare. Siamo indietro anche per ciò che riguarda gli stadi di proprietà. C'è molto da lavorare. Il modello tedesco di sport popolare, del quale il Sankt Pauli è la punta di diamante, ha probabilmente al suo attivo una storia più lunga, fatta di crescita progressiva. Come sai, anche in Italia esiste lo sport di base, esiste lo sport affidato alle realtà che operano sul territorio. E' stato impossibile però, fino ad oggi, esportare quel modello a livello professionistico. C'è un solco profondo che divide lo sport di base da quello professionistico. Un solco difficile da colmare.

Nelle scorse settimane si è fatto un gran parlare di “cultura e sport” (penso alla diatriba tra Mancini e il Ministro Speranza su scuola e sport). Certamente è un momento difficile, ma non credi che ignorare il significato e il peso sociale dello sport - ed i suoi benefici sulla salute - sia un approccio sbagliato?

- La diatriba tra Mancini e Speranza credo che fosse viziata da un'incomprensione di fondo. Certo è che nella crisi provocata dalla pandemia a farne le spese è stato lo sport giovanile, dilettantistico, di base. La ragione è che è impossibile garantire i livelli di sicurezza che sono obbligatori, per esempio, in Serie A. La scuola e lo sport, la cultura e la salute fisica non possono che viaggiare insieme verso un unico obiettivo: far crescere l'individuo e consentirgli di maturare come persona. In tempi di crisi, anche economica, è molto più difficile seguire questa strada. Ma non bisogna demordere.

Non credi sia giusto rendere lo sport un diritto e quindi dare l'opportunità a tutti di accedere alla pratica sportiva? Questo è uno dei valori dell'associazionismo e del modello Sankt Pauli.
- Lo sport è un diritto. Sul piano del principio credo non ci siano dubbi. Il problema è come rendere concreto questo diritto. Troppo spesso l'attività sportiva è demandata a privati con costi molto elevati per le famiglie. Sarebbe importante conoscere anche in Italia il modello Sankt Pauli e provare ad imitarlo.

Tu sei uno dei mostri sacri dello sport raccontato e ascoltarti è un po' come leggere un buon libro: fa sempre bene. Altri giornalisti sportivi hanno un approccio più folkloristico e “urlato”: pensi si possano coinvolgere anche loro in un pubblico dibattito sull'associazionismo? Si può parlare di sport popolare anche con chi cerca solo il lato sensazionalistico dello sport?
- Credo di si. Ma non è detto che sia facile. Anche la narrazione sportiva è cambiata negli anni. L'impresa sportiva è sempre più legata al risultato, anche per la prepotente presenza di grandi interessi economici. L'atleta di successo è sempre più una macchina utile a fare incassi, a creare immagine, a veicolare messaggi di successo piuttosto che quelli legati ai valori fondanti dello sport.

Nella tua lunga carriera hai avuto l'onore di gridare “campioni del modo!” e quello è stato l'apice del calcio italiano. Però lo sport italiano in generale vive di fiammate, di anni fortunati e poi di lunghe crisi. Quale può essere la cura? Potremmo affidarci ad uno sport più popolare e quindi all'associazionismo?
- Per vincere occorre programmare. Più larga è la base dei praticanti più è possibile scovare i migliori. In Italia, negli ultimi anni, si è programmato poco. E forse anche male. Persino nel calcio, che è lo sport più popolare del paese per seguito e per praticanti, è mancata una generazione di campioni. Fondamentale dovrebbe essere il rapporto con la scuola e, naturalmente, con l'associazionismo sportivo. Mi pare, al contrario, che ci sia scarso interesse a percorrere queste strade.
Mi auguro che l'associazionismo possa fare presto un salto di qualità e che possa dialogare con le federazioni, con il Coni con la scuola. Garantire lo sport per tutti è garantire un diritto. Ma anche garantire un futuro allo sport agonistico italiano.

La redazione di tuttostpauli.com e le Brigate Garibaldi Sankt Pauli ringraziano Riccardo Cucchi per il tempo concesso per questa intervista: ci auguriamo di sentirlo (o vederlo) parlare presto di sport, calcio e sport popolare.