[ITA/DEU] 29 maggio 1985: dall’Heysel al modello Sankt Pauli | 29. Mai 1985: Vom Heysel zum St.-Pauli-Modell

28.05.2026 14:22 di  Redazione StPauli   vedi letture
[ITA/DEU] 29 maggio 1985: dall’Heysel al modello Sankt Pauli | 29. Mai 1985: Vom Heysel zum St.-Pauli-Modell

di Luca Bolli. Aggiornamento dell'articolo QUI

Il 29 maggio 1985 si è consumata un'enorme tragedia, umana, politica e, sopratutto, sportiva. Oggi, nel ricordo di quella infausta giornata, riesamineremo alcuni fatti, come sempre neutrali, al di fuori dei sentimenti e dei soliti schemi, da perfetti sankt pauliani.

Abbiamo scritto tempo fa (le grandi vittorie dello sport tedesco sono partite sempre da Sankt Pauli) delle battaglie – poi vinte – che il Sankt Pauli ha portato avanti negli ultimi 40 anni: quella dei posti in piedi, quella contro la schedatura dei tifosi ed anche l'altra sugli eccessivi controlli alle entrate negli stadi in Europa, sono tutte battaglie che partono da quella infausta data.

Ci faremo aiutare anche da un esaustivo reportage, girato da Sportclub History, la “RaiSport” tedesca (ARD/NDR) e da un report invece girato da Roberto Carulli per RAI2.

In pochi sanno che i fatti di Bruxelles crearono grande clamore in tutta la Germania, a quel tempo ancora divisa in due e proprio per questo nel reportage compaiono due corrispondenti delle rispettive fazioni, ovviamente con visioni e percezioni di quei momenti ben differenti. Il documentario, sviluppato ed ideato da Patrick Halatsch, analizza minuziosamente ciò che accadde, sempre con perfetto distacco, da ottimo giornalista che deve osservare i fatti senza dare una propria opinione o valutazione.

Oltre all'arbitro, che quel giorno ebbe il gravoso onere di dirigere la partita, furono portati davanti alle telecamere anche molti testimoni e sopravvissuti degli incidenti, purtroppo solo da parte juventina, dato che nessuno degli inglesi volle dare risposte, raccontare o anche solo portare un abbraccio virtuale alle vittime di quella giornata, come si legge anche nelle ultime immagini a chiusura del documentario.

Tra i giocatori compare Marco Tardelli, che ricorda tristemente quegli attimi, mentre i due telecronisti sono Eberhard Figgemeier, per la televisione orientale ZDF, e Heinz Florian Oertel, per quella di stato della DDR. Una delle frasi più forti è proprio di Oertel, che ricorda i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale quando lui era bambino e li confronta con le forti emozioni di quel giorno. Figgemeier, invece, da orientale molto vicino alla mentalità del Sankt Pauli pronuncia chiaramente, in diretta e già nel 1985, le parole che tutti da sempre al Sankt Pauli conoscono: "lo sport ed il calcio devono unire e non dividere". E su queste parole la televisione ZDF chiuderà la diretta senza più trasmettere le immagini della tragedia.

Le immagini che si diffondono in tutta Europa sono raccapriccianti, ma sono solo una parte della verità: molti saranno gli attacchi portati fuori dalla vista delle telecamere, ma anche qui il documentario sottolinea come gli attacchi non siano stati solo con armi da fuoco, ma anche con razzi sparati ad altezza d'uomo. In pratica una vera e propria battaglia combattuta anche da ex-paracadutisti inglesi reduci dalla guerra delle Malvinas (Falkland), gente che di guerra se ne intendeva, mentre il servizio d'ordine era completamente latitante.

È in questo momento che si formano due movimenti di opinione. Uno – chissà perché – preponderante e segue il modello di Margaret Thatcher, che da primo ministro inglese in periodo di certo non brillava per diplomazia. La sua repressione fu feroce, ma prese tutti senza discriminazione, iniziando a colpire duro già nel 1986 con lo “Sporting Events Act” e poi nel 1989 con il “Public Order Act”: in pratica anche con poche prove potevano essere limitate le libertà personali. È proprio su questo modello che da sempre l'Italia si è orientata: dalla schedatura introdotta attraverso la famosa “tessera del tifoso” di Maroni, alle tante leggi restrittive che non hanno portato a nulla.

Dalla parte diametralmente opposta troviamo, invece, il modello tedesco – che per comodità abbiamo sempre chiamato “modello Sankt Pauli” – che riconosciamo nel giudizio del commentatore di quel giorno, Figgemeier, che proprio prima di chiudere le trasmissione dirà le parole chiave del “risorgimento sportivo tedesco”: lo sport ed il calcio devono unire!

Oggi quelle parole sono ormai consuetudine a Sankt Pauli ed in tutta la Germania, tutti voi le potete viverle attraverso i nostri report. (Cos'è e come lavora il Fanladen)

Proprio per questo quel maledetto 29.05.85 fu certamente nefasto, ma portò anche una nuova ventata di speranza e di vittorie: quelle parole diventate ormai famose, nacquero sul finire degli anni '80, attraversarono gli anni 90 e si compirono pienamente negli stupendi mondiali del 2006, creando un nuovo modo di intendere lo sport. Due pesi e due misure; due modi di pensare che hanno portato differenti risultati, se guardiamo ai posti di lavoro che la partecipazione ha creato in Germania in tutte le discipline. Integrazione e partecipazione sono alla base di tutto: non a caso, per restare nell'ambito calcistico, la serie B tedesca ha una media spettatori quasi pari alla Premier League ed è ormai in procinto di superarla.

Come è potuto accadere tutto questo? Facendo tesoro degli errori e degli orrori di quella serata, ma anche del passato.

In Germania la strada intrapresa ha fatto sì che integrazione e collaborazione potessero diventare parole cardine del sistema, rispetto ai modelli italiano ed inglese che puntavano decisi sulla repressione: le tragedie – e la loro memoria – in Germania almeno hanno portato in dote un ulteriore sviluppo “democratico”, passaggio che in Italia è stato completamente saltato dalle società, ma perfino dalla politica sportiva (federazioni e CONI) e nazionale (ministero e governo).

Intanto dopo oltre 41 anni la città di Torino inaugura un monumento a ricordo di quello scempio, ma sono passati 41 anni. Ore 18 a via del Fortino, lungo Dora Agrigento accanto alla Biblioteca Calvino.

Il modello tedesco o Sankt Pauli, a differenza di tutti gli altri, non crea muri tra tifosi, società e federazioni – tutte realtà di stampo associazionistico, ricordate bene! – caratterizzandosi più come “modello propositivo”. Anche su queste basi e su queste regole sono nati campionati competitivi, ma soprattutto molto partecipati ed inclusivi.

Am 29. Mai 1985 ereignete sich eine enorme Tragödie – menschlich, politisch und vor allem sportlich. Heute, in Erinnerung an diesen verhängnisvollen Tag, werden wir einige Fakten erneut betrachten, wie immer neutral, außerhalb von Emotionen und der üblichen Denkmuster, ganz im Sinne echter Sankt-Paulianer.

Vor einiger Zeit haben wir bereits über die Kämpfe geschrieben – und später auch gewonnen –, die der FC St. Pauli in den letzten 40 Jahren geführt hat: der Erhalt der Stehplätze, der Kampf gegen die Erfassung von Fans sowie gegen übertriebene Eingangskontrollen in europäischen Stadien. All diese Auseinandersetzungen haben ihren Ursprung in jenem verhängnisvollen Datum.

Unterstützen werden uns dabei auch eine ausführliche Reportage von Sportclub History, dem deutschen „RaiSport“ (ARD/NDR), sowie ein Bericht von Roberto Carulli für RAI2.

Nur wenige wissen, dass die Ereignisse von Brüssel in ganz Deutschland großes Aufsehen erregten – damals noch geteilt in Ost und West. Genau deshalb treten in der Reportage zwei Korrespondenten der jeweiligen Systeme auf, natürlich mit völlig unterschiedlichen Sichtweisen und Wahrnehmungen jener Momente. Die Dokumentation, entwickelt und gestaltet von Patrick Halatsch, analysiert minutiös das Geschehene – stets mit der Distanz eines guten Journalisten, der beobachtet, ohne eigene Urteile oder Bewertungen aufzudrängen.

Neben dem Schiedsrichter, der an diesem Tag die schwere Aufgabe hatte, das Spiel zu leiten, kamen auch zahlreiche Zeugen und Überlebende der Vorfälle vor die Kameras – leider ausschließlich von juventinischer Seite, da kein Engländer bereit war, Stellung zu beziehen, zu erzählen oder auch nur eine virtuelle Umarmung an die Opfer dieses Tages zu senden, wie in den letzten Bildern der Dokumentation ausdrücklich erwähnt wird.

Unter den Spielern erscheint Marco Tardelli, der sich traurig an jene Augenblicke erinnert, während die beiden Kommentatoren Eberhard Figgemeier für das westdeutsche ZDF und Heinz Florian Oertel für das Staatsfernsehen der DDR sind. Einer der stärksten Sätze stammt gerade von Oertel, der die Bombardierungen des Zweiten Weltkriegs, die er als Kind erlebte, mit den intensiven Emotionen dieses Tages vergleicht. Figgemeier hingegen, als Ostdeutscher der Mentalität des FC St. Pauli sehr nahestehend, spricht bereits 1985 live jene Worte aus, die man bei St. Pauli seit jeher kennt: „Der Sport und der Fußball müssen verbinden und nicht trennen.“ Mit diesen Worten beendet das ZDF die Übertragung und zeigt keine weiteren Bilder der Tragödie.

Die Bilder, die sich in ganz Europa verbreiten, sind erschütternd – doch sie zeigen nur einen Teil der Wahrheit: Viele Angriffe fanden außerhalb der Kameras statt. Die Dokumentation unterstreicht zudem, dass nicht nur Schusswaffen eingesetzt wurden, sondern auch Raketen auf Kopfhöhe abgefeuert wurden. Praktisch eine echte Schlacht, an der auch ehemalige englische Fallschirmjäger teilnahmen, Veteranen des Falklandkriegs, Menschen mit Kriegserfahrung, während der Ordnungsdienst völlig versagte.

Genau in diesem Moment entstehen zwei gegensätzliche Meinungsströmungen. Die eine – aus irgendeinem Grund dominierend – folgt dem Modell von Margaret Thatcher, die als britische Premierministerin nicht gerade für diplomatische Feinfühligkeit bekannt war. Ihre Repression war hart und unterschiedslos: Bereits 1986 mit dem „Sporting Events Act“ und später 1989 mit dem „Public Order Act“ wurden persönliche Freiheiten auch bei geringer Beweislage eingeschränkt. Genau an diesem Modell orientierte sich Italien später immer wieder – von der berühmten „Tessera del tifoso“ unter Maroni bis hin zu zahlreichen restriktiven Gesetzen, die letztlich nichts bewirkten.

Auf der völlig entgegengesetzten Seite finden wir dagegen das deutsche Modell – das wir der Einfachheit halber immer „St.-Pauli-Modell“ genannt haben – und das sich in den Worten des Kommentators Figgemeier widerspiegelt, der kurz vor Ende der Übertragung die Schlüsselworte des „deutschen sportlichen Wiederaufstiegs“ ausspricht: Der Sport und der Fußball müssen verbinden!

Heute gehören diese Worte bei St. Pauli und in ganz Deutschland längst zum Alltag, und ihr könnt sie alle durch unsere Reportagen erleben.

Gerade deshalb war dieser verfluchte 29.05.85 zwar ein schwarzer Tag, brachte aber auch einen neuen Hoffnungsschimmer und neue Siege hervor: Jene inzwischen berühmten Worte entstanden Ende der 1980er Jahre, durchquerten die 1990er und erfüllten sich schließlich vollständig während der wunderbaren Weltmeisterschaft 2006. Sie schufen eine neue Art, Sport zu verstehen. Zwei unterschiedliche Denkweisen mit unterschiedlichen Ergebnissen – betrachtet man etwa die Arbeitsplätze, die durch Partizipation und Mitwirkung in Deutschland in sämtlichen Sportarten entstanden sind. Integration und Teilhabe bilden die Grundlage von allem: Nicht umsonst erreicht die 2. Bundesliga inzwischen beinahe die Zuschauerzahlen der Premier League und steht kurz davor, sie sogar zu überholen.

Wie konnte all das geschehen? Indem man aus den Fehlern und Schrecken jener Nacht, aber auch aus der Vergangenheit, gelernt hat.

In Deutschland führte der eingeschlagene Weg dazu, dass Integration und Zusammenarbeit zu zentralen Begriffen des Systems wurden – im Gegensatz zu den italienischen und englischen Modellen, die konsequent auf Repression setzten. Die Tragödien – und ihre Erinnerung – brachten Deutschland zumindest eine weitere demokratische Entwicklung. Ein Schritt, der in Italien von Vereinen, Sportpolitik (Verbänden und CONI) sowie der nationalen Politik (Ministerien und Regierung) vollständig übersprungen wurde.

Währenddessen eröffnet die Stadt Turin nach über 41 Jahren endlich ein Denkmal zur Erinnerung an dieses Massaker – doch 41 Jahre sind vergangen. Um 18 Uhr in der Via del Fortino entlang der Dora Agrigento neben der Biblioteca Calvino.

Das deutsche oder St.-Pauli-Modell schafft – anders als alle anderen – keine Mauern zwischen Fans, Vereinen und Verbänden, die allesamt auf Vereinsstrukturen beruhen, merkt euch das gut! Es zeichnet sich vielmehr als „propositives Modell“ aus. Auf diesen Grundlagen und Regeln entstanden Wettbewerbe, die nicht nur sportlich konkurrenzfähig, sondern vor allem äußerst partizipativ und inklusiv sind.