[ITA/DEU] 1995: lo spirito St. Pauli aiutò la futura Bosnia / 1995: Der St. Pauli Geist half dem zukünftigen Bosnien
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1995: lo spirito St. Pauli aiutò la futura Bosnia / 1995: Der St. Pauli Geist half dem zukünftigen Bosnien
Ci sono storie che non finiscono negli almanacchi del calcio, ma che raccontano molto meglio di tante statistiche cosa significhi davvero lo sport popolare. Storie che parlano di solidarietà, di antifascismo, di accoglienza. Storie che parlano dello spirito del Sankt Pauli.
Una di queste risale al 1995, nel pieno delle ferite ancora aperte della guerra nei Balcani, quando un gruppo di giovani rifugiati provenienti dall’assedio di Sarajevo cercava semplicemente qualcuno disposto a farli giocare a calcio.
Non campioni. Non professionisti affermati. Ma ragazzi che di lì a poco sarebbero diventati il primo nucleo della nazionale della Bosnia-Erzegovina.
Quando i grandi dissero no
La richiesta arrivò tramite organizzazioni umanitarie internazionali. Prima contatti informali, poi telefonate più chiare: serviva qualcuno disposto a organizzare una partita per dare visibilità a quei ragazzi.
Secondo il racconto dei protagonisti, le prime porte bussate furono quelle del grande calcio romano. Ma le risposte furono negative. Roma e Lazio declinarono l’invito.
E qui entra in gioco quella differenza che chi conosce la cultura del Sankt Pauli conosce bene: quando il calcio-business guarda dall’altra parte, spesso è il calcio sociale a rispondere.
La risposta: sì, senza esitazioni
Attraverso le reti di collaborazione sportiva dell’epoca, tra cui la storica Lodigiani e ambienti sportivi legati anche al Vaticano, arrivò la richiesta a dirigenti italiani vicini alla cultura del Sankt Pauli.
La risposta fu immediata: sì.
Non per interesse. Non per visibilità. Ma perché era la cosa giusta da fare.
Con il supporto della Caritas vennero preparati i documenti per permettere l’accoglienza dei rifugiati e tra la fine del 1994 e l’inizio del 1995 iniziò l’organizzazione di un evento sportivo solidale.
Il triangolare della solidarietà
Nel gennaio 1995 venne organizzato a Roma un torneo triangolare con tre squadre simboliche:
i ragazzi provenienti da Sarajevo
una rappresentativa popolare dell’ambiente laziale legato a Suor Paola, tra cui anche esponenti del gruppo Lazio Libertà
un gruppo di giocatori legati al mondo juventino ma composto da giovani di varie provenienze e tifoserie
Non rivalità. Non odio sportivo.
Ma un messaggio preciso: il calcio può unire dove la politica divide.
L’iniziativa attirò anche l’attenzione della Rai, che realizzò servizi nei telegiornali dell’epoca contribuendo a dare visibilità alla nascente realtà calcistica bosniaca.
Quei ragazzi che diventarono una nazionale
Pochi mesi dopo, quella squadra avrebbe iniziato il suo percorso ufficiale. La Bosnia-Erzegovina giocò la sua prima partita internazionale riconosciuta dalla FIFA il 30 novembre 1995 contro l’Albania, sotto la guida del commissario tecnico Fuad Muzurović.
Un percorso nato in condizioni drammatiche, tra difficoltà logistiche, guerra appena terminata e una federazione ancora in fase di riconoscimento internazionale.
Anche per questo ogni occasione di visibilità internazionale aveva un valore enorme.
Due mesi dopo la federazione della Bosnia-Erzegovina venne riconosciuta anche dalla UEFA.
Lo spirito St. Pauli prima ancora che diventasse moda
Questa storia racconta anche un’altra verità: oggi tutti parlano di calcio sociale, inclusione e solidarietà. Negli anni ’90 non era così scontato.
Chi viveva la cultura del Sankt Pauli già allora portava avanti quei valori:
antifascismo
solidarietà internazionale
accoglienza
calcio come strumento sociale
rifiuto delle discriminazioni
Non slogan. Pratica quotidiana.
La stessa mentalità che ancora oggi caratterizza la cultura del club di Amburgo: aiutare chi ha bisogno senza chiedere da dove viene.
Il calcio come gesto politico (nel senso più nobile)
Quella partita non fu solo sport.
Fu un gesto politico nel senso più puro del termine: prendere posizione dalla parte degli ultimi.
Dare un campo a chi non aveva nemmeno più una casa.
Dare dignità a chi stava ricostruendo la propria identità nazionale anche attraverso lo sport.
Una storia che merita di essere ricordata
Forse questa storia non entrerà mai nei documentari ufficiali del calcio europeo.
Ma resta una di quelle piccole grandi vicende che spiegano perfettamente cosa significhi davvero dire:
No racism
No fascism
No borders
Molto prima che diventasse uno slogan da stadio.
Era già una pratica reale.
Anche in Italia.
Anche lontano da Amburgo.
Anche grazie a chi aveva già capito cosa significasse davvero essere, nello spirito, parte della famiglia St. Pauli.
Due mesi dopo la federazione della Bosnia benne riconosciuta dalla UEFA
Als niemand helfen wollte: Solidarischer Fußball gab 1995 den zukünftigen Nationalspielern von Bosnien eine Chance
Es gibt Geschichten, die nicht in den offiziellen Fußballalmanachen stehen, die aber besser als jede Statistik zeigen, was Fußball wirklich bedeuten kann. Geschichten über Solidarität, Antifaschismus und Menschlichkeit. Geschichten, die den Geist des FC St. Pauli widerspiegeln.
1995, kurz nach dem Krieg in Bosnien, suchte eine Gruppe junger Flüchtlinge aus Sarajevo einfach nur eine Möglichkeit, Fußball zu spielen.
Keine Stars. Keine Profis. Sondern junge Spieler, die bald das erste Kernteam der Nationalmannschaft von Bosnien-Herzegowina bilden sollten.
Als die Großen nein sagten
Während große Vereine absagten, waren es Menschen aus der sozialen Fußballkultur, die halfen. Roma und Lazio lehnten ab.
Die Antwort: Ja, ohne Zögern
Durch das Netzwerk von Sportvereinen jener Zeit, darunter die historische Lodigiani und Sportumfelder des Vatikans, erreichte die Bitte italienische Funktionäre, die dem Geist von St. Pauli nahe standen.
Die Antwort war sofort: Ja.
Nicht aus Interesse. Nicht für Sichtbarkeit. Sondern weil es das Richtige war.
Mit Unterstützung der Caritas wurden Dokumente vorbereitet, um die Aufnahme der Flüchtlinge zu ermöglichen, und Ende 1994/Anfang 1995 begann die Organisation eines solidarischen Sportevents.
Das Turnier der Solidarität
Im Januar 1995 wurde in Rom ein Solidaritätsturnier mit drei symbolischen Teams organisiert:
Spieler aus Sarajevo
eine soziale Auswahl aus dem Lazio-Umfeld mit Gruppen wie Lazio Libertà
eine Gruppe von Spielern aus der Juventus-Welt, aber bestehend aus jungen Spielern verschiedener Herkunft und Fangruppen
Keine Rivalität. Kein Hass.
Aber eine klare Botschaft: Fußball kann vereinen, wo Politik trennt.
Die Initiative erregte auch die Aufmerksamkeit des RAI, die Berichte in den Nachrichten jener Zeit erstellten und zur Sichtbarkeit der bosnischen Fußball-Nationalmannschaft beitrugen.
Diese Spieler wurden eine Nationalmannschaft
Wenige Monate später begann das Team seinen offiziellen Weg. Bosnien-Herzegowina spielte sein erstes FIFA-anerkanntes Länderspiel am 30. November 1995 gegen Albanien unter Trainer Fuad Muzurović.
Ein Weg unter dramatischen Bedingungen, mit logistischen Schwierigkeiten, kurz nach dem Krieg und einer noch zu erkennenden Föderation.
Jede Gelegenheit internationaler Sichtbarkeit hatte enormen Wert.
Zwei Monate später wurde die Föderation von Bosnien-Herzegowina auch von der UEFA anerkannt.
Der St. Pauli Geist vor dem Trend
Diese Geschichte zeigt auch eine andere Wahrheit: Heute spricht jeder über sozialen Fußball, Inklusion und Solidarität. In den 90er Jahren war das nicht selbstverständlich.
Wer den Geist des St. Pauli lebte, trug damals schon folgende Werte:
Antifaschismus
internationale Solidarität
Inklusion
sozialer Fußball
keine Diskriminierung
Keine Parolen. Tägliche Praxis.
Fußball als politisches Zeichen (im nobelsten Sinne)
Dieses Spiel war nicht nur Sport.
Es war ein politisches Zeichen: Stellung beziehen zugunsten der Schwächsten.
Ein Feld für diejenigen, die kein Zuhause mehr hatten.
Würde für jene, die ihre nationale Identität auch über den Sport wiederaufbauten.
Eine Geschichte, die erinnert werden muss
Vielleicht wird diese Geschichte nie in offiziellen Dokumentationen des europäischen Fußballs auftauchen.
Aber sie erklärt perfekt, was es wirklich bedeutet zu sagen:
No Racism
No Fascism
No Borders
Lange bevor es ein Stadion-Slogan wurde.
Es war bereits gelebte Praxis.
Auch in Italien.
Auch fern von Hamburg.
Auch dank jener, die schon verstanden hatten, was es bedeutet, im Geiste Teil der Familie St. Pauli zu sein.
Zwei Monate später wurde der bosnische Verband von der UEFA anerkannt.
