[ITA/DEU] Il St. Pauli entra nella UEC: un altro calcio è possibile
L’Europa del calcio aveva bisogno di un gruppo alternativo, di un’associazione di club che potesse portare all’interno del sistema UEFA una voce critica, indipendente e soprattutto rappresentativa anche di quelle società che troppo spesso restano ai margini dei grandi tavoli decisionali.
La Union of European Clubs (UEC), nata a Bruxelles nel 2023, da pochi giorni ha anche il nostro FC St. Pauli tra i suoi membri. Il St. Pauli è il primo club professionistico tedesco ad aderire alla UEC, che oggi rappresenta oltre 140 club appartenenti a 25 associazioni nazionali.
L’annuncio dell’adesione è arrivato nei giorni della conferenza STANDS 2026, ospitata proprio al Millerntor. Una presenza particolarmente significativa, con stampa, rappresentanti dei club e pubblico riuniti per discutere di quello che dovrebbe essere il futuro del calcio europeo.
Ad aprire la giornata è stato Martin Drust, responsabile Marketing del St. Pauli, una delle figure dirigenziali più importanti del Kiezklub. Sul palco, insieme al nostro presidente Oke Göttlich, sono intervenuti Gareth Farrelly, irlandese di Dublino, cofondatore e CEO della UEC ed ex calciatore di Aston Villa ed Everton, e Pavel Kolev, Director of Operations della UEC.
Il tema della discussione era chiaro: “Room for Change – The State of European Football Governance”. Ovvero: c’è ancora spazio per cambiare il modo in cui viene governato il calcio europeo?
La risposta, per noi, è evidente: sì.
La UEC rappresenta oggi più di 140 club provenienti da 25 associazioni nazionali. Il suo Executive Board, eletto nel 2024, è composto da 16 rappresentanti di 14 diverse associazioni nazionali. Tra i club presenti troviamo realtà come il CA Osasuna, il Norwich City, il Burnley FC, l’FC Eindhoven, il NK Lokomotiva Zagreb, l’Universitatea Craiova, dalla Bulgaria il Lokomotiv Plovdiv, eliminato varie volte negli anni ’70 dalla Juventus e negli anni ’90 dalla Lazio, a capo della nuova associazione europea il presidente di origine italiana Alex Muzio, anche presidente del Royale Union Saint-Gilloise. Il nostro articolo e link di agosto del 2022:
Il Royale Union Saint-Gilloise nelle coppe lo conoscono sia la Roma che l’Inter e l’Atalanta.
In Belgio è una forza con i suoi 12 scudetti vinti, e tante altre società provenienti da diversi Paesi europei.
Tra i membri del Board troviamo quindi club che conosciamo bene anche per le loro partecipazioni alle competizioni UEFA, insieme a società che rappresentano realtà calcistiche molto diverse tra loro. Ed è proprio questo il punto: il calcio europeo non può essere rappresentato soltanto da chi ha più soldi, più fatturato e più potere contrattuale.
La UEC nasce con un principio semplice: “One Club, One Vote”.
Un club, un voto.
Sembra quasi banale. Eppure, se questo principio venisse applicato davvero a tutti i livelli del calcio europeo, molte delle attuali distorsioni del sistema sarebbero quantomeno messe in discussione.
Perché oggi assistiamo a un calcio nel quale le società più ricche possono accumulare vantaggi economici e sportivi sempre maggiori, mentre la distanza tra i grandi club e tutto il resto della piramide continua ad aumentare.
Basta guardare alla distribuzione dei ricavi delle competizioni europee: una parte enorme delle risorse viene concentrata ai livelli più alti, mentre i club che formano giocatori, costruiscono comunità, riempiono gli stadi e tengono vivo il calcio locale ricevono una quota molto più limitata del valore che contribuiscono a creare.
E allora una domanda diventa inevitabile: a chi appartiene davvero il calcio europeo?
Alla UEFA?
Ai grandi club?
Agli sponsor?
Alle televisioni?
Agli investitori?
Oppure appartiene ancora, prima di tutto, a chi va allo stadio, ai ragazzi che giocano nelle giovanili, alle persone che seguono una squadra per tutta la vita e alle comunità che quei club rappresentano?
La UEC prova a mettere queste domande al centro del dibattito. E non è un dettaglio.
Per anni abbiamo assistito alla crescita di un calcio nel quale il potere economico ha assunto un peso sempre maggiore. Il caso Manchester City è emblematico delle discussioni che hanno accompagnato il calcio europeo negli ultimi anni sul rapporto tra enormi disponibilità finanziarie, regole di sostenibilità economica e capacità competitiva. Il caso Paris Saint-Germain, con le sue immense risorse e il modello proprietario legato al Qatar, rappresenta un altro esempio della trasformazione del calcio europeo in un’industria nella quale la capacità finanziaria può cambiare radicalmente gli equilibri sportivi, poi le tante società con sede alle Cayman inserite nelle varie black list non dovrebbero neanche partecipare a giochi senza frontiere.
Non si tratta di criminalizzare un singolo club. Il problema è il sistema.
Perché se la possibilità di competere ai massimi livelli dipende sempre più dalla disponibilità di capitali enormi, allora il concetto stesso di competizione sportiva rischia di diventare sempre più fragile.
E lo stesso vale per i diritti televisivi.
Se vogliamo davvero parlare di equilibrio competitivo, non possiamo continuare a concentrare una parte sproporzionata delle risorse sempre nelle mani degli stessi club e degli stessi campionati. La distribuzione dei ricavi dovrebbe permettere anche alle società più piccole di crescere, investire nei settori giovanili, mantenere strutture sostenibili e competere realmente.
Altrimenti il calcio europeo rischia di diventare una piramide nella quale chi è già in cima riceve sempre più risorse e chi è sotto deve accontentarsi delle briciole.
È esattamente su questi temi che la UEC sta cercando di intervenire, proponendo tra le altre cose una revisione della distribuzione delle entrate delle competizioni UEFA, una maggiore tutela dei club che formano giocatori e un modello di governance più equilibrato.
E qui entra in gioco il St. Pauli.
Perché il nostro club non è entrato nella UEC soltanto per aggiungere un nome importante alla lista degli iscritti. Il St. Pauli porta con sé una storia, una cultura e un’idea precisa dello sport.
Uno sport nel quale la partecipazione conta.
Uno sport nel quale i tifosi non devono essere considerati soltanto consumatori.
Uno sport nel quale lo stadio non deve trasformarsi in un centro commerciale con qualche campo da calcio al centro.
La gente, i tifosi, chiedono più partecipazione: più posti in piedi e meno VIP, più stadio e meno centro commerciale, più sport e meno commercio per pochi.
È questa la discussione che dovrebbe essere aperta.
E proprio per questo il benvenuto al St. Pauli nella UEC è un atto quasi naturale.
Il prossimo passo dovrà essere quello di coinvolgere sempre più club, soprattutto quelli che vogliono contribuire concretamente alla discussione e provare a cambiare un sistema che ha bisogno di maggiore equilibrio, trasparenza e partecipazione.
Non sappiamo quanto sarà difficile.
Ma sappiamo perché vale la pena provarci.
Perché il St. Pauli esiste anche per questo.
Perché un altro sport è possibile.
Perché un altro calcio è possibile.
E perché, dentro e fuori dal campo, un altro calcio europeo deve essere possibile.
PS: I club che desiderano entrare a far parte della nuova UEC, oppure semplicemente ricevere informazioni e chiarimenti sull’associazione, possono scrivere a brigate.garibaldi@libero.it. Daremo assistenza e tutte le informazioni necessarie.
Articolo collegato: Associazionismo – Associazioni sportive in Belgio: USG-Rangers 2-0 e noi gioiamo
https://www.tuttostpauli.com/associazionismo/associazioni-sportive-in-belgio-usg-rangers-2-0-e-noi-gioiamo-560
[DEU] Der FC St. Pauli tritt der UEC bei: Ein anderer Fußball ist möglich
Europa braucht im Fußball eine alternative Gruppe, eine Vereinigung von Vereinen, die innerhalb des UEFA-Systems eine kritische, unabhängige Stimme einbringen kann und vor allem auch jene Vereine vertritt, die allzu oft an den großen Entscheidungstischen außen vor bleiben.
Die Union of European Clubs (UEC), die 2023 in Brüssel gegründet wurde, hat seit wenigen Tagen auch unseren FC St. Pauli als Mitglied. Der St. Pauli ist der erste deutsche Profiverein, der der UEC beigetreten ist. Heute vertritt die UEC mehr als 140 Vereine aus 25 nationalen Verbänden.
Die Bekanntgabe des Beitritts erfolgte während der STANDS 2026-Konferenz, die direkt am Millerntor stattfand. Eine besonders bedeutende Präsenz, bei der Medien, Vereinsvertreter und Publikum zusammenkamen, um über die Frage zu diskutieren, wie die Zukunft des europäischen Fußballs aussehen sollte.
Eröffnet wurde der Tag von Martin Drust, dem Marketingverantwortlichen des St. Pauli und einer der wichtigsten Führungspersönlichkeiten des Kiezklubs. Gemeinsam mit unserem Präsidenten Oke Göttlich standen Gareth Farrelly, der aus Dublin stammende Ire, Mitgründer und CEO der UEC sowie ehemalige Fußballspieler von Aston Villa und Everton, und Pavel Kolev, Director of Operations der UEC, auf der Bühne.
Das Thema der Diskussion war klar: „Room for Change – The State of European Football Governance“. Oder anders gesagt: Gibt es noch Raum, um die Art und Weise zu verändern, wie der europäische Fußball geführt wird?
Unsere Antwort darauf ist eindeutig: ja.
Die UEC vertritt heute mehr als 140 Vereine aus 25 nationalen Verbänden. Ihr 2024 gewähltes Executive Board besteht aus 16 Vertretern aus 14 verschiedenen nationalen Verbänden. Zu den Mitgliedsvereinen gehören unter anderem CA Osasuna, Norwich City, Burnley FC, FC Eindhoven, NK Lokomotiva Zagreb und Universitatea Craiova sowie aus Bulgarien Lokomotiv Plovdiv, das in den 1970er-Jahren mehrfach von Juventus und in den 1990er-Jahren von Lazio aus dem Wettbewerb geworfen wurde. An der Spitze der neuen europäischen Vereinigung steht der italienischstämmige Präsident Alex Muzio, der gleichzeitig Präsident von Royale Union Saint-Gilloise ist. Unser Artikel und Link vom August 2022:
Royale Union Saint-Gilloise ist in den europäischen Wettbewerben sowohl der Roma als auch Inter und Atalanta bekannt.
In Belgien ist der Verein mit seinen zwölf gewonnenen Meisterschaften eine feste Größe, neben vielen weiteren Vereinen aus verschiedenen europäischen Ländern.
Im Board finden wir also Vereine, die wir auch durch ihre Teilnahme an UEFA-Wettbewerben gut kennen, zusammen mit Klubs, die sehr unterschiedliche Fußballrealitäten repräsentieren. Und genau darin liegt der Punkt: Der europäische Fußball kann nicht nur von denen vertreten werden, die mehr Geld, mehr Umsatz und mehr Verhandlungsmacht haben.
Die UEC basiert auf einem einfachen Prinzip: „One Club, One Vote“.
Ein Verein, eine Stimme.
Es klingt fast banal. Und doch würden viele der heutigen Verzerrungen des Systems zumindest infrage gestellt, wenn dieses Prinzip tatsächlich auf allen Ebenen des europäischen Fußballs angewendet würde.
Denn heute erleben wir einen Fußball, in dem die reichsten Vereine immer größere wirtschaftliche und sportliche Vorteile anhäufen können, während der Abstand zwischen den großen Klubs und dem Rest der Pyramide weiter wächst.
Man muss nur auf die Verteilung der Einnahmen aus den europäischen Wettbewerben schauen: Ein enormer Teil der Ressourcen wird auf den höchsten Ebenen konzentriert, während Vereine, die Spieler ausbilden, Gemeinschaften aufbauen, Stadien füllen und den lokalen Fußball am Leben halten, einen wesentlich geringeren Anteil an dem Wert erhalten, zu dessen Entstehung sie beitragen.
Und damit wird eine Frage unvermeidlich: Wem gehört der europäische Fußball wirklich?
Der UEFA?
Den großen Vereinen?
Den Sponsoren?
Den Fernsehsendern?
Den Investoren?
Oder gehört er weiterhin in erster Linie den Menschen, die ins Stadion gehen, den Jugendlichen, die in den Nachwuchsmannschaften spielen, den Menschen, die ein Leben lang einer Mannschaft folgen, und den Gemeinschaften, die diese Vereine repräsentieren?
Die UEC versucht, diese Fragen ins Zentrum der Debatte zu stellen. Und das ist kein nebensächliches Detail.
Seit Jahren erleben wir die Entwicklung eines Fußballs, in dem die wirtschaftliche Macht immer mehr Gewicht bekommen hat. Der Fall Manchester City steht beispielhaft für die Diskussionen, die den europäischen Fußball in den vergangenen Jahren über das Verhältnis zwischen enormen finanziellen Möglichkeiten, Regeln zur wirtschaftlichen Nachhaltigkeit und sportlicher Wettbewerbsfähigkeit begleitet haben. Der Fall Paris Saint-Germain mit seinen enormen finanziellen Ressourcen und dem mit Katar verbundenen Eigentümermodell ist ein weiteres Beispiel für die Veränderung des europäischen Fußballs zu einer Industrie, in der finanzielle Möglichkeiten die sportlichen Kräfteverhältnisse grundlegend verändern können. Hinzu kommen die vielen Gesellschaften mit Sitz auf den Cayman-Inseln, die auf verschiedenen schwarzen Listen stehen und eigentlich ebenfalls nicht an diesem grenzenlosen Wettbewerb teilnehmen sollten.
Es geht nicht darum, einen einzelnen Verein zu kriminalisieren. Das Problem ist das System.
Denn wenn die Möglichkeit, auf höchstem Niveau zu konkurrieren, immer stärker von der Verfügbarkeit enormer Kapitalmengen abhängt, dann droht der Begriff des sportlichen Wettbewerbs selbst immer fragiler zu werden.
Dasselbe gilt für die Fernsehrechte.
Wenn wir wirklich über Wettbewerbsgleichgewicht sprechen wollen, können wir nicht weiterhin einen unverhältnismäßig großen Teil der Ressourcen immer in den Händen derselben Vereine und derselben Ligen konzentrieren. Die Verteilung der Einnahmen sollte auch kleineren Vereinen ermöglichen zu wachsen, in die Nachwuchsarbeit zu investieren, nachhaltige Strukturen zu erhalten und tatsächlich konkurrenzfähig zu sein.
Andernfalls droht der europäische Fußball zu einer Pyramide zu werden, in der diejenigen, die bereits an der Spitze stehen, immer mehr Ressourcen erhalten und diejenigen darunter sich mit den Krümeln zufriedengeben müssen.
Genau bei diesen Themen versucht die UEC anzusetzen und unter anderem eine Überarbeitung der Verteilung der Einnahmen aus den UEFA-Wettbewerben, einen besseren Schutz der Vereine, die Spieler ausbilden, sowie ein ausgewogeneres Governance-Modell vorzuschlagen.
Und hier kommt der St. Pauli ins Spiel.
Denn unser Verein ist der UEC nicht nur beigetreten, um der Liste der Mitglieder einen großen Namen hinzuzufügen. Der St. Pauli bringt eine Geschichte, eine Kultur und eine klare Vorstellung von Sport mit.
Ein Sport, bei dem Beteiligung zählt.
Ein Sport, bei dem Fans nicht nur als Konsumenten betrachtet werden dürfen.
Ein Sport, bei dem das Stadion nicht zu einem Einkaufszentrum mit ein paar Fußballfeldern in der Mitte werden darf.
Die Menschen, die Fans, fordern mehr Beteiligung: mehr Stehplätze und weniger VIPs, mehr Stadion und weniger Einkaufszentrum, mehr Sport und weniger Geschäft für wenige.
Das ist die Diskussion, die eröffnet werden sollte.
Und genau deshalb ist das Willkommen des St. Pauli in der UEC ein fast natürlicher Schritt.
Der nächste Schritt muss darin bestehen, immer mehr Vereine einzubeziehen, vor allem jene, die konkret zur Diskussion beitragen und versuchen wollen, ein System zu verändern, das mehr Ausgewogenheit, Transparenz und Beteiligung braucht.
Wir wissen nicht, wie schwierig es sein wird.
Aber wir wissen, warum es den Versuch wert ist.
Denn der St. Pauli existiert auch aus diesem Grund.
Weil ein anderer Sport möglich ist.
Weil ein anderer Fußball möglich ist.
Und weil innerhalb und außerhalb des Spielfelds ein anderer europäischer Fußball möglich sein muss.
PS: Vereine, die der neuen UEC beitreten möchten oder einfach Informationen und Erläuterungen über die Vereinigung erhalten möchten, können an brigate.garibaldi@libero.it schreiben. Wir werden Unterstützung und alle notwendigen Informationen bereitstellen.
Verwandter Artikel: Associazionismo – Sportvereinigungen in Belgien: USG-Rangers 2:0 und wir freuen uns
https://www.tuttostpauli.com/associazionismo/associazioni-sportive-in-belgio-usg-rangers-2-0-e-noi-gioiamo-560
